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  laVersioneDelFalasca [ cronache dalla Varzacca ]
         

LA VARZACCA (ossia un luogo ameno ormai perduto)
Al mio paese - così mi raccontava il padre di un mio amico - di fianco ad una delle vecchie filande di canapa, c'era un campo incolto, con l'erba alta. I ragazzini ci andavano nei pomeriggi d'estate, quando erano stanchi di bighellonare o di giocare a pallone... e lì, scoprivano insieme la loro sessualità... menandoselo un po'. All'aria aperta, in mezzo all'erba, ci si sentiva liberi, liberi.


Sto leggendo
La vita pensata, di R. Nozick; Il Sole 24 Ore, siamo in piena Finanziaria...

Ho appena visto
 La marcia dei pinguini... che ci volete fare, in fondo sono un sentimentalone...






Epistemes.org


11 settembre 2001:
racconto per immagini
(clicca sulla foto)









12 marzo 2007

Una critica manzoniana al decreto Bersani

Più si analizza il contenuto del decreto Bersani versione 2007, più torna alla mente lo spirito che anima il personaggio manzoniano di Antonio Ferrer, gran cancelliere di Milano, durante la carestia del 1628 raccontata ne I Promessi Sposi:

Costui vide, e chi non l'avrebbe veduto? che l'essere il pane a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla. […] Fece come una donna stata giovine, che pensasse di ringiovinire, alterando la sua fede di battesimo.

Il calmiere del pane di Ferrer e l’abolizione dei costi delle ricariche telefoniche di Bersani hanno in comune la logica di fondo, ossia un intervento governativo teso a correggere per legge la struttura dei prezzi di un settore.

Ma già la bellissima metafora del Manzoni – del liberale Manzoni - sull’alterazione fittizia dell’età anagrafica coglie la debolezza di questa impostazione, che trova la sua origine in una interpretazione equivoca delle logiche di mercato e del ruolo dello Stato.
Nel mercato la competizione tra interessi contrapposti è la dinamica che conduce ad un equilibrio ottimale. Ad abbassare i prezzi in un dato settore ci pensano, da un lato, la concorrenza tra imprese rivali e, dall’altro, la promozione della tutela dei propri interessi da parte dei consumatori.

Molto poco desiderabile è quell’intervento dello Stato che mira a sostituirsi ai consumatori nella difesa dei propri interessi e che stabilisce per legge un risultato – sia esso l’abolizione dei costi di ricarica o la penale per l’estinzione anticipata dei mutui -  che modifichi la struttura stessa dei prezzi e delle clausole contrattuali e che imponga determinati obblighi ai produttori o agli erogatori di servizi.
Pensare che si “liberalizzi” l’economia con le imposizioni e con il dirigismo è una contraddizione in termini. E’ il frutto di una visione dell’economia ancora interventista, secondo la quale lo Stato può e deve operare con decreto-legge per creare “scientificamente” alcune condizioni desiderate.

Come interpretare altrimenti le dichiarazioni di qualche giorno fa del ministro Bersani, quando ha dichiarato: “Se non si muove il mercato, interverremo per legge”?
Da qui a Chavez, che minaccia di nazionalizzare le macellerie che non si adeguano ai prezzi imposti dal governo, il passo non è così lungo.

E’ stato detto da più parti che con il decreto Bersani la sinistra sostituisce alla dicotomia “capitale-lavoro” quella “produttori-consumatori”, prefigurando – come aveva fatto decenni fa con la categoria ideale dei lavoratori proletari – una sorta di “Stato dei consumatori”.
Corollario di questa logica è l’impostazione punitiva nei confronti di alcuni settori economici, dalle banche alle compagnie aeree, ai gestori telefonici: se l’interesse pubblico è l’interesse dei consumatori, è ragionevole – nell’impostazione del decreto Bersani - punire chi nel mercato si contrappone ai consumatori, ossia le diverse categorie produttive interessate dai provvedimenti del governo.
Anche questo passaggio è esemplificabile con le parole del Manzoni, che fa dire a Ferrer che “i fornai s'erano avvantaggiati molto e poi molto nel passato, che s'avvantaggerebbero molto e poi molto col ritornar dell'abbondanza; che anche si vedrebbe, si penserebbe forse a dar loro qualche risarcimento; e che intanto tirassero ancora avanti”.




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8 febbraio 2007

Per una Legge sulla Libertà di Iniziativa: alla logica del decreto Bersani, noi contrapponiamo la logica del Deregulation Act

“E allora? Come imprimere all’economia europea il necessario effetto-spinta? Finora è quasi tutto vietato, tranne ciò che è consentito, ma può essere comunque a sua volta vietato. Salvo solo la fuga nel nero o nel sommerso. Questo schema va rovesciato. Come? Prevedendo che in Europa per cinque anni ogni iniziativa economica è libera, escluso solo ciò che è vietato dalla legge penale.”
Questo diceva Giulio Tremonti, qualche tempo fa.

In tema ed in tempo di liberalizzazioni, io dico che più che “liberalizzata”, l’economia italiana va “liberata”.
Questo gioco semantico vuole sottolineare la differenza tra chi crede che la soluzione ai problemi economici italiani sia la riduzione del peso regolatore dello Stato e chi, invece, ha adottato una politica economica da “Stato dei consumatori”, figlia – nemmeno tanto riuscita – della lotta di classe.

Per liberare l’economia bisogna agire sugli snodi cruciali del sistema: abbassare le tasse; riformare il mercato del lavoro; ridurre e riformare la pubblica amministrazione; aprire il mercato del credito.
Regole ed apparati: regole fiscali, regole sui contratti di lavoro pubblico e di lavoro privato, apparati pubblici ed apparati finanziari. In poche parole, regole ed apparati che imbrigliano la libera iniziativa economica e l’autonomia dei privati di disporre del proprio reddito, del proprio tempo, delle proprie scelte.

Per usare uno slogan (per quanto non ci piacciano), diciamo c’è bisogno di una legge sulla libertà di iniziativa. Se fossimo negli Stati Uniti la chiameremmo Individuals Empowerment Act, dove il termine empowerment può essere inteso come "accrescere la possibilità dei singoli di controllare attivamente le proprie iniziative e le proprie scelte".

Ma perché le liberalizzazioni del centrosinistra non ci convincono?
Le liberalizzazioni à la Prodi e Bersani sono misure octrayee, implicano comunque un intervento statale che modifica la struttura di un settore economico. Ma pretendere ex lege (o grazie al rafforzamento dei poteri di un’authority) la riduzione dei prezzi, l’aumento della trasparenza o la tutela dei consumatori è un approccio dirigista all’economia, che aggiunge e non toglie regole, norme, vincoli.

Per avere conferma di quanto stiamo dicendo, si analizzi il testo del decreto-legge del 31 gennaio 2007.
Invece che abrogare norme, molti articoli introducono nuove disposizioni a carico degli operatori economici dei vari settori colpiti: si vieta alle compagnie telefoniche di far pagare le ricariche; si vietano alcuni tipi di pubblicità nel settore aereo; si impongono ai produttori di generi alimentari maggiori vincoli sul packaging dei loro prodotti; si estendono dei divieti in materia di assicurazioni e si impongono alcuni vincoli in materia creditizia.
Liberalizzare con le inibizioni o con le imposizioni è una contraddizione in termini. E’ il frutto di una visione dell’economia ancora interventista, secondo la quale lo Stato può e deve operare con decreto-legge per creare “scientificamente” alcune condizioni determinate, che siano pro-consumatori o pro-imprenditori.

Alla logica del decreto Bersani, noi contrapponiamo quindi la logica del Deregulation Act.

Sebbene nel dibattito corrente i termini liberalizzazione e deregolazione siano spesso confusi, vi sono notevoli differenze tra i due concetti. Soprattutto vi sono forti differenze tra le liberalizzazioni, come le intende il governo di centrosinistra, e la deregolazione, come la intende un liberale.

Deregolazione è una traduzione del termine inglese deregulation, definito dal Merriam-Webster Dictionary americano come “the act or process of removing rules or regulations”.
La ratio di una politica di deregolazione sta nella considerazione secondo cui, attraverso le dinamiche concorrenziali, un mercato libero da vincoli e da divieti tende spontaneamente ad una allocazione efficiente delle risorse, ad una maggiore produttività, a prezzi più bassi e ad una qualità più elevata dei prodotti e dei servizi. L’intervento o l’astensione statale rappresenta, quindi, un discrimine fondamentale per lo sviluppo di un settore economico.
Nel 1978, l’approvazione dell’Airline Deregulation Act da parte dell’Amministrazione Carter ha rappresentato un evento fondamentale della storia della politica economica americana, un esempio notevole di come l’uscita dello Stato dal settore, prima pesantemente regolato, delle compagnie aeree commerciali e la reintroduzione tout court del mercato abbia permesso benefici genuini in termini di produttività, di tariffe, di efficienza, di qualità e di sicurezza dei voli.
Si è trattato del primo netto “smantellamento” di norme e controlli statali nell’economia americana dal dopoguerra. L’Airline Deregulation Act è stato il paradigma di un ampio e profondo processo di deregolazione compiuto dall’amministrazione Reagan, che ha trasformato settori come il trasporto ferroviario, il trasporto su gomma, la tv via cavo, il mercato dei carburanti e del gas, le telecomunicazioni, i mercati finanziari e la borsa, i servizi elettrici locali.
Una osservazione finale: nella sua recente intervista a Il Foglio, Giulio Tremonti pone l’indice proprio contro lo squilibrio di regole che esiste tra aree del mondo: da un lato quelle che hanno troppe regole, dall’altro quelle che hanno zero regole: “Voglio ricordare che le regole utili sono un investimento, quelle inutili – ora tanto di moda in Europa – sono invece un costo che spiazza. In questi termini la parità delle regole non mi sembra contro i principi liberali o contro il mercato.”
C’è da intendersi con Tremonti: cosa vuol dire parità delle regole? Erigere barriere doganali per supplire all’assenza di regole interne alla Cina?
E se volesse anche – o soprattutto - dire ridurre in modo sostanziale il nostro apparato di regole?



 




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19 dicembre 2006

Conti dormienti e diritto di proprietà

di Benedetto Della Vedova e Piercamillo Falasca

da epistemes.org

E’ tornato alla ribalta l’argomento dei cosiddetti “conti dormienti”. Succede con la proposta della sinistra dell’Unione – tradotta in uno dei commi del maxiemendamento alla Finanziaria in discussione al Senato - di attingere ai depositi abbandonati in banca per lungo tempo e non reclamati per finanziare l’assunzione di 350 mila precari delle pubbliche amministrazioni. Il tema aveva già trovato in passato spazio nel dibattito politico-parlamentare. Senza produrre risultati, purtroppo. O, forse, per fortuna, visto che le soluzioni proposte sembravano suggerire tutto tranne l’unica cosa davvero sensata: cercare di restituire questi soldi ai legittimi proprietari. I conti dormienti sono fondi detenuti da banche, da società finanziarie o dalla Posta per conto di cittadini che non sono a conoscenza di tali proprietà finanziarie, per i motivi più disparati: decessi improvvisi, perdita della capacità di intendere e di volere, mancata conoscenza da parte degli eredi del patrimonio finanziario del de cuius o addirittura banali dimenticanze.

Si tratta di casi meno rari di quanto si possa pensare, se le stime più accreditate (comprese quelle di Bankitalia) parlano di valori compresi tra i 10 e i 15 miliardi di euro e che il fenomeno è dibattuto finanche in Gran Bretagna, dove secondo il Financial Times i volumi dimenticati sono ancora superiori. Nella legislatura 2001-2006 si occupò della questione soprattutto il sen. Oskar Peterlini, il quale propose misure che facilitassero l’individuazione dei legittimi proprietari. Durante il dibattito sul ddl in materia di Risparmio del marzo 2005, il sen. Giorgio Benvenuto propose la creazione di un Fondo per il risarcimento dei risparmiatori vittime di frodi finanziari. Grande sponsor del Fondo speciale fu il Ministro Tremonti, che ne posticipò l’istituzione alla legge Finanziaria per il 2006, la quale rimandava ad un successivo regolamento le modalità di attuazione del provvedimento (con il vincolo che il “sonno” durasse da almeno 10 anni). Il regolamento non è stato emanato (si veda a riguardo l’elenco delle misure della Finanziaria 2006 non attuate, realizzato da Il Sole 24 Ore) e l’iniziativa di Tremonti si è arenata definitivamente nel maggio scorso, quando il Consiglio di Stato ha sospeso il parere sullo schema di regolamento ritenendolo carente sotto i profili della definizione del periodo di “dormienza” e dei diritti dei titolari dei conti. Partiamo da una considerazione. Quei soldi non appartengono certo alle banche, che oggi ne dispongono. In questo senso, la misura promossa dal ministro Tremonti aveva una sua ragionevolezza, soprattutto considerando le responsabilità oggettive degli istituti di credito nelle vicende Parmalat, Cirio o bond argentini. Implicitamente si diceva: sono soldi di risparmiatori, li uso per compensare risparmiatori truffati, recuperandoli al circuito del risparmio. Se ciò appare ragionevole, a fortiori lo è la proposta di utilizzare solo una parte di queste risorse per la costituzione del Fondo anti-crac, destinando la rimanenza alla riduzione del debito pubblico. Ipotesi ragionevoli, ma non del tutto convincenti. I dubbi del Consiglio di Stato colgono il punto delicato della questione: vi è da tutelare i diritti dei titolari dei conti, diritti di proprietà. Quei soldi non sono delle banche, si diceva, ma non sono nemmeno dei risparmiatori truffati nei crac finanziari. Soprattutto non sono dello Stato. Quei soldi non sono res nullius, sono dei titolari dei conti o dei loro legittimi eredi. La vicenda richiama alla mente un istituto del diritto civile in materia di successioni: la successione dello Stato. Presupposto della successione dello Stato è una eredità vacante, fenomeno che ricorre quando, rispetto ad un bene appartenente ad un defunto, manca ogni successibile legittimo e testamentario. L’eredità vacante si distingue dall’eredità giacente perché quest’ultima presuppone la possibilità di una futura accettazione: al contrario, quella vacante presuppone accertato in modo definitivo che non vi siano più successibili. Che i soldi dei “conti dormienti” possano, in qualche modo, diventare dello Stato è una possibilità che lo stesso Codice Civile individua, legandola però al presupposto della vacanza dell’eredità e del suo accertamento. Nel caso dei conti dormienti manca, appunto, qualsiasi tipo di accertamento. Né ci convince che sia una legge ad hoc – la Finanziaria per il 2007 - a superare il problema. Una legge di questo tipo sarebbe assimilabile ad un esproprio. Ma – come stabilito dal terzo comma dell’art. 42 della Costituzione – “la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.” Quindi: casi previsti dalla legge, indennizzo e sussistenza di motivi d’interesse generale. Anzitutto: assumere a tempo indeterminato 350 mila dipendenti pubblici è interesse generale? Difficile sostenerlo. In effetti, la norma prevista in Finanziaria non prevede che le risorse dei conti dormienti finanzino direttamente l’assunzione dei dipendenti pubblici, ma che vengano utilizzate per abbattere il debito pubblico e che il 20% del derivante risparmio sugli interessi sia la copertura finanziaria della sanatoria sui precari. Qualcuno potrebbe quindi sostenere che abbattere il debito pubblico è motivo di interesse generale. Effettivamente lo è, ma abbiamo dubbi che si tratti di uno dei casi di esproprio previsti dalla legge e, soprattutto, che una tale manovra non intacchi altri importanti principi costituzionali quale – ad esempio – quello di non discriminazione. In più non vi è alcun indennizzo a beneficio dei proprietari (d’altronde, non si sa nemmeno chi siano). Ma evitiamo di impelagarci in complesse disquisizioni dottrinali per le quali non abbiamo gli strumenti (ma su cui invitiamo i lettori a fornirci i loro spunti). La realtà delle cose è purtroppo più semplice: il Governo cercava “banalmente” soldi per finanziare l’assunzione a tempo indeterminato di una massa enorme di dipendenti, pari a circa il 10% del totale del pubblico impiego. Li ha trovati (anche se non sono sufficienti alla bisogna) e li userà. A noi resta una considerazione finale: pur avendo richiamato lo ius civilis e la Costituzione, siamo perfettamente consapevoli che non verrà mai tenuto in considerazione alcun dubbio di costituzionalità del provvedimento; abbiamo voluto però esprimere che, nella nostra visione liberale del diritto, vi è un forte fastidio ogni qual volta viene intaccato il diritto di proprietà.

Benedetto Della Vedova (Sondrio, 1962), economista, presidente dei Riformatori Liberali e deputato di Forza Italia. Svolge attività di editorialista per diversi quotidiani nazionali.




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6 dicembre 2006

Della Vedova sulla critica tremontiana al "mercatismo"

Pubblico l'articolo di Benedetto Della Vedova uscito oggi su Il Foglio, articolo al quale ho cercato di contribuire con qualche spunto e con il quale Della Vedova risponde splendidamente alla "critica" di Tremonti al "mercatismo". I due Tremonti di Benedetto Della Vedova Al direttore -Giulio Tremonti è persona intelligente e geniale, Per inquietudine intellettuale e non per snobismo, da tempo è alla ricerca di una visione che possa caratterizzare il centrodestra sfuggendo agli stereotipi del secolo scorso. L'intervista importante che ha rilasciato nei giorni scorsi a Repubblica ha aperto una discussione feconda cui il Foglio dedica meritata attenzione. Sono stato, sono e penso che continuerò a essere un liberista-mercatista; ma non credo per questo che avrò difficoltà a essere per lungo tempo ancora, come sono stato, un estimatore del ministro di cui sono conterraneo (come l'ottimo professor Francesco Forte). Certo, e questo è il punto, bisogna intendersi sulle definizioni e soprattutto diffidarne. Nella sua intervista Tremonti ci offre di sé tanto il liberale antistatalista e antigovernista, che da destra diffida del peso dello stato e del partito unico della tassazione e della spesa pubblica, quanto, almeno in apparenza, il conservatore "antimercatista" che diffida (paradossalmente da sinistra) del pensiero unico del libero mercato e della concorrenza. Prima obiezione: dove mai si è vista, in Europa, la supremazia politica del liberismo mercatista, inteso come libera contrattazione nel mercato, domestico o mondiale, tra individui e imprese rispetto all'intermediazione politica e/o corporativa? Se togliamo la rivoluzione individualista thatcheriana, che su questo ha battuto alcuni colpi splendidi e decisivi, il resto è poca cosa davvero. La fine ingloriosa della direttiva Bolkestein è un buon esempio di come il cosiddetto pensiero unico sia rimasto, se mai è stato unico e non lo è stato, "pensiero" e non "politica". Nelle cose che Giulio Tremonti ha scritto e fatto, c'è la difesa del primato della politica non contro bensì attraverso la riduzione del ruolo dello stato; l'attacco all'autoreferenzialità burocratica delle amministrazioni pubbliche che - Ue in primis - tanto più costano e ingombrano, quanto meno effettivamente governano nell'interesse dei governati; l'idea di uno stato "criminogeno" viziato da ipertrofia fiscale; una rivoluzionaria idea della tassazione che passi "dalle persone alle cose". Il "Tremonti destruens" dell'ordine statalista costituito è dunque assai liberista. Del resto l'idea che "l'economia la fa l'economia" e che "lo stato può fare poco per l'economia, ma può fare molto contro di essa", ripetuta con efficacia dal vicepresidente della Camera, segna ancora un discrimine importante tra un liberale convinto e i tanti neofiti in cerca di nuove basi ideologiche. Costoro sposano il mercato a parole, ma nei fatti passano il tempo a inventare regolamenti, ad auspicare un fisco redistributore e giustiziere nonché a subordinare il mercato a un'evanescente "utilità sociale": il mercato come un mezzo "qualsiasi" e non come condizione affinché gli individui godano del massimo di libertà e responsabilità. Insomma, manca l'anima, manca la fiducia piena e incondizionata nella libertà. Meglio il finale di "Rischi fatali" Il "Tremonti construens" ci piace meno perché evoca una rivisitata dottrina mercantilista e protezionista di stampo colbertista, che subordina l'apertura dei mercati all'interesse e alla volontà di potenza degli stati. Oppure una sorta di comunitarismo conservatore con venature corporativiste, un modello di governo politico dell'economia non così dissimile dalla socialdemocrazia che dice di avversare e come questa travolto (e - io penso - seppellito) dalla crisi dello stato fiscale. Non è realistico contrapporre all'aggressivo mercantilismo cinese un pari mercantilismo "dei piccoli" asserragliati nel ridotto italo-franco-tedesco. Su questo piano, perdiamo di certo: anzi, abbiamo già perso, come dimostrano le contraddizioni e le inefficienze di settori protetti, come quello agricolo. Scegliere di "non competere" sarebbe il vero "rischio fatale". Siamo condannati a una visione dinamica: la forza dell'Europa e dell'occidente non starà tanto nell'eredità pur consistente, quanto nelle nuove supremazie che sapremo conquistare e che poi saranno erose e alle quali nei decenni saremo condannati a sostituirne altre. Il protezionismo americano non è una novità, ma una scorciatoia elettoralistica cui i politici di oltreoceano sono sempre tentati: si pensi a quello recente - e fallimentare - di George W. Bush sull'acciaio. Ma non è sul protezionismo che l'America è tornata negli ultimi due decenni a essere protagonista economico indiscusso, dando lavoro. e ricchezza a milioni di persone, immigrati inclusi. Hanno inventato nuovi mercati, dal software all'iPod, e li hanno dominati. Quanto al "low cost", continuo a pensare - semplificando - che sia la dimostrazione della superiorità "sociale" del liberismo sul socialismo McDonald's ha aperto ai poveri le porte dei ristoranti, Walmart quelle dei supermercati e Ryanair i cieli. Non è male, o no? In giro per il mondo alternative non se ne sono viste. Insomma, il gusto di Tremonti per la contaminazione e i paradossi è intrigante e certamente utile a dissuaderci dall'inerzia politica, ma, per il momento, continuo a pensare che egli dia il suo meglio, da eterodosso per vocazione qual è, nel solco liberista. Del resto, in conclusione al suo "Rischi fatali", Tremonti offre la sua ricetta-provocazione, suggerendo che "in Europa per cinque anni ogni iniziativa economica (immagino dunque anche l'importazione) è libera, escluso soltanto ciò che è vietato dalla legge penale". Bene, andiamo a dirlo ai finti liberisti delle salottiere fondazioni riformiste e pseudomercatiste. Ottimo, Benedetto. Mi permetto solo di aggiungere una piccola considerazione sull'attacco tremontiano all'individualismo à la Thatcher. La visione della responsabilità verso sè stessi, la famiglia o la comunità che Tremonti considera alternativa al motto thatcheriano "meno società, più individuo" a me sembra, in realtà, la cifra più squisita di un individualismo consapevole che non riserva necessariamente allo Stato le esigenze di socialità e di solidarietà degli individui. Forse, anche su questo con Tremonti c'è solo da accordarsi sulle definizioni.




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1 dicembre 2006

Libero: in edicola un mio articolo sulla tassazione del risparmio

E’ in edicola – in abbinamento al quotidiano Libero - il nuovo numero della rivista curata da Vittorio Feltri e Renato Brunetta Manuali di Conversazione Politica, dal titolo Tutte le tasse di Prodi & C. All’interno, segnalo il breve saggio che ho scritto in collaborazione con Benedetto Della Vedova dal titolo Risparmio, consumo e tassazione: una visione liberale.

Con questo studio, critichiamola riforma della tassazione del risparmio proposta di recente dal Governo e che dovrebbe portare ad un riallineamento al 20% delle aliquote su tutte le tipologie di attività finanziarie. All’interno dello studio, è presente un riadattamento dell’articolo pubblicato su epistemes.org nel mese di ottobre.




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9 novembre 2006

La retorica europeista colpisce anche la tassazione del risparmio

di Piercamillo Falasca da epistemes.org

Se la consueta retorica europeista dell’attuale maggioranza risulta spesso eccessiva, sul tema della tassazione del risparmio (passaggio dal 12,5% al 20%) essa è addirittura priva di qualsiasi logica economica.

Quale è il vantaggio di un allineamento del livello di tassazione alle più elevate aliquote europee? Perché elogiare l’Irlanda per la sua tassazione agevolata sui redditi d’impresa e considerare l’Italia “poco europea” se la tassazione delle attività finanziarie è da noi più conveniente che nel resto del continente?

Delle due l’una: o si è appiattiti – anche in questo caso – sul cliché dell’ingresso in Europa da conquistarci in ogni settore, o – molto più subdolamente – si usa l’argomento dell’armonizzazione agli standard medi continentali per mascherare una riforma che ha finalità diverse, di gettito e – azzardiamo – di contenimento degli interessi “ideologici” di parte dell’attuale maggioranza di governo.

Indipendentemente da quanto accade in altri paesi, una visione liberale della questione considera in ogni caso migliore una tassazione moderata rispetto ad una elevata.
Va poi sottolineato come un confronto tra paesi è un esercizio sterile, perché la tassazione dei redditi da capitale va analizzata nel complesso più generale del sistema fiscale di un paese e nelle tendenze in atto.
Se è vero, ad esempio, che in Europa la tendenza è avere aliquote sul risparmio superiori a quelle italiane, è altrettanto vero che – da tempo – in tutto il continente si assiste ad una graduale riduzione della tassazione sul reddito, al contrario di quanto l’Unione di Prodi sta realizzando. Il governo spagnolo di Josè Zapatero, per citare una realtà spesso presa ad esempio dal centrosinistra italiano, nell’aumentare le aliquote sulle attività finanziarie dal 15% al 18% (i dividendi fino a 1500 euro saranno comunque esentasse), ha contestualmente – secondo una logica di incentivazione dell’attività produttiva – ridotto l’imposta sul reddito societario delle grandi imprese dal 35% al 32,5%, aliquota che scenderà al 30% dal 1° gennaio 2008; per le piccole imprese la pressione passerà subito dal 30% al 25%. La stessa aliquota massima sull’Irpef spagnola passerà dal 45% al 43%. Dal nostro punto di vista, anche in Spagna sarebbe stato meglio non finanziare la riduzione dell’imposta societaria con quella sul risparmio. Ma, almeno, va riconosciuta l’esistenza di una logica economica in quella riforma.
A rendere poco efficace il confronto tra paesi (e debole l’argomentazione sulla necessità di allineare le aliquote a quelle europee) vi è, infine, la considerazione del ruolo previdenziale – e non solo speculativo - che le attività finanziarie svolgono in Italia, in assenza di un vero ed effettivo sistema di previdenza integrativa.




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25 ottobre 2006

Stretto di Messina SpA: il Ponte no, ma resta la società pubblica

di Piercamillo Falasca (dal sito www.epistemes.org)

Nel decreto-legge di natura fiscale collegato alla Finanziaria, vi è una norma forse poco studiata dagli analisti, presente nel comma 1 dell’articolo 14.

Il contenuto principale e politicamente più rilevante dell’intero articolo è, in realtà, l’uscita di Fintecna SpA (in soldoni, l’IRI) dalla Stretto di Messina SpA ed il conseguente trasferimento delle risorse ad un apposito capitolo di spesa del Ministero delle infrastrutture dal nome “Interventi per la realizzazione di opere infrastrutturali e di tutela dell’ambiente e difesa del suolo in Sicilia e in Calabria”.

E’ un provvedimento sicuramente discutibile ma coerente con le posizioni espresse dal centrosinistra in campagna elettorale e con la mozione votata a maggioranza pochi giorni fa dalla Camera dei Deputati, che giudica il Ponte un’opera “non prioritaria” e impegna il governo a realizzare altri interventi per il miglioramento della viabilità nel Mezzogiorno. Ma ad una lettura più attenta del comma 1, ci si trova di fronte ad una altra decisione quantomeno ambigua.

Piuttosto che sciogliere una società nata esclusivamente per la realizzazione e la gestione del Ponte, il Governo decide di tenere in vita la Stretto di Messina SpA – società a capitale prevalentemente pubblico - autorizzandola “a svolgere all’estero, quale impresa di diritto comune ed anche attraverso società partecipate, attività di individuazione, progettazione, promozione, realizzazione e gestione di infrastrutture trasportistiche e di opere connesse.”

Sulle ragioni in favore o contro il Ponte tra Scilla e Cariddi si può discutere a lungo. Ma se un Governo decide che il Ponte non s’ha da fare, dovrebbe conseguentemente sciogliere la società costituita a tal uopo.

Se del Ponte qualcuno (come il sottoscritto) ne vede l’opportunità economica e strategica, è difficile immaginare quale sia l’opportunità di questa ennesima società pubblica, nata per uno scopo ben preciso e trasformata in questi giorni in non meglio identificata holding finanziaria che investa nel settore delle infrastrutture europee ed internazionali.




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15 ottobre 2006

Rendite finanziarie? Sono anche i risparmi di impiegati ed operai

di Benedetto Della Vedova* e Piercamillo Falasca

L’indagine biennale di Bankitalia sui bilanci delle famiglie italiane per il 2004 (ultima disponibile) evidenzia come ben il 36.7% delle attività finanziarie complessivamente detenute dalle famiglie sia nelle mani di famiglie con capofamiglia un lavoratore dipendente. Queste famiglie rappresentano sì il 46,4% del totale, ma posseggono, ad esempio, ben il 38,2% dei titoli di stato ed il 34% di azioni, fondi comuni e altri titoli.

L’obiezione secondo cui tali attività finanziarie sarebbero “appannaggio” dei lavoratori autonomi o dei dirigenti è priva di fondamento. Se è vero che le famiglie dei dirigenti, pur rappresentando il 4.1% del totale delle famiglie italiane, detengono l’8,5% delle attività finanziarie complessive delle famiglie, è altrettanto vero che le famiglie degli operai (21,6% del totale) ne posseggono quasi il 9% e quelle degli impiegati (20,7% del totale) 19.3%. Tra impiegati e operai, siamo poco sopra il 28% del totale, insomma.

Ancora più considerevole è la quota di attività finanziarie (il 36,6%) nei portafogli dalle famiglie dei pensionati e dei non occupati, i quali in totale rappresentano il 40,4% del totale delle famiglie italiane.

Attività speculative da tassare?

Buona parte delle attività finanziarie delle famiglie di dipendenti e pensionati hanno carattere previdenziale e non speculativo. Nel nostro paese il “terzo” pilastro è cresciuto nella assenza del “secondo”, i fondi pensione.

La quota di obbligazioni, di azioni e di fondi comuni nei portafogli delle famiglie italiane nel 2004 (dati Banca d’Italia) è stata del 52,2% del totale delle attività finanziarie, a fronte di un 36,7% dell’area euro e del 17,2% del Regno Unito, mentre la categoria “altre attività finanziarie”, nella quale i fondi pensione la fanno da padroni, rappresenta in Italia il 10%, nell’area euro il 30,2% (quindi molto di più non considerando l’effetto del dato italiano sulla media) ed in Gran Bretagna il 56% del totale.

Questa è una delle differenze di fondo che rende debole l’argomentazione sulla necessità di allineare le aliquote a quelle europee: dove ci sono i fondi pensione il risparmio devoluto all’acquisto di attività finanziarie può avere forse una funzione “speculativa”, da noi certamente no.

Tassare al 20% le attività finanziarie è un allineamento, non un aumento?

L’argomento si fonda principalmente sulla riduzione dal 27% al 20% dell’aliquota sui rendimenti dei conti correnti. Purtroppo, la sua incidenza è ormai quasi nulla, visto il livello molto basso dei tassi attivi sui conti correnti (la stragrande maggioranza dei depositi è su conti correnti ordinari).

ARTICOLO COMPLETO SU EPISTEMES.ORG

*Benedetto Della Vedova
(Sondrio, 1962) si è laureato presso l’Università Bocconi e svolge attività di economista ed editorialista. Attualmente è parlamentare e Presidente dei Riformatori Liberali.




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22 settembre 2006

Parte Epistemes: studi politici ed economici

Dopo una gestazione di un paio di mesi, parte ufficialmente oggi un nuovo sito, Epistemes.org: un gruppo di ricerca che si propone di promuovere un dibattito scevro da ideologie nel campo delle scienze sociali, con particolare attenzione all’economia nazionale e internazionale, alla politica interna e alle relazioni internazionali. Raccoglie un gruppo giovane e dinamico di persone dalla diversa formazione accademica che condivide la necessità di svecchiare il confronto politico-culturale italiano in materia di politiche pubbliche.A tal fine, gli autori proporranno con regolarità opinioni, analisi e brevi studi dal taglio divulgativo su tematiche e questioni complesse che toccano direttamente il nostro paese, nel tentativo di sottrarsi alla logica spesso anacronistica e capziosa che sottende al dibattito pubblico in Italia.

Si cercherà anche di favorire la diffusione di idee ed opinioni provenienti dall’estero che sulla carta stampata nazionale trovano poco spazio, ma che invece risultano centrali nelle discussioni politiche ed economiche a livello internazionale.

L’obiettivo che questo sito si propone è quello di stimolare un confronto ampio di idee e posizioni che possa facilitare la transizione del Paese in modo da affrontare al meglio le sfide e le opportunità del nuovo millennio.

Il futuro ha molti nomi: per i deboli è irraggiungibile, per i timorosi è sconosciuto, per gli impavidi significa opportunità. (Victor Hugo)




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15 settembre 2006

Cronistoria della vicenda Telecom-Rovati e alcune considerazioni

A quanto si apprende dalla stampa e dalle dichiarazioni dell’interessato, in data  5 settembre 2006, il dott. Angelo Rovati – nella sua veste di Dirigente Coordinatore della Segreteria Particolare del Presidente del Consiglio ed usando la carta intestata della Presidenza del Consiglio, avrebbe inviato al Presidente di Telecom Italia uno studio dal titolo “Scorporo della Rete di Telecom Italia – Indirizzo industriale e considerazioni economico-finanziarie”.

Lo studio in oggetto, che dalla stampa si apprende essere stato preparato da una banca d’affari internazionale (metre Rovati parla di documento “artigianale”) avrebbe proposto alla dirigenza del gruppo di valutare due opzioni strategiche tese ad evitare - citando il testo del documento come riportato dalla stampa - “il rischio di scalata da parte di investitori finanziari, anche esteri”, cui il gruppo di telecomunicazione sarebbe esposto a causa di una “redditività superiore ai concorrenti internazionali” ma di “una esposizione debitoria elevata”, in un mercato “caratterizzato da prospettive di crescita estremamente limitate”.

La seconda delle opzioni proposte dallo studio in oggetto, denominata “Spin off e quotazione” prevederebbe lo scorporo di un ramo d’azienda – la rete fissa – per la creazione di una società di gestione dei servizi di rete, quotata in Borsa con la partecipazione rilevante di controllo della Cassa Depositi e Prestiti, per la quale lo studio elencherebbe i tre vantaggi dell’operazione: “L’esborso di una quota di equity di circa il 30% in funzione del livello di debito da parte della newco, pari a circa 5 miliardi; un flusso di imposte aggiuntivo per lo Stato, derivante dalla tassazione della plusvalenza di Telecom di circa 5-7 miliardi; un reddito dalla partecipazione di circa 120-170 miliardi annui”.

Se tutto ciò rispondesse al vero, ci troveremmo di fronte ad un grave tentativo di interferenza da parte del Governo Italiano nella gestione di un grande gruppo industriale privato, nei confronti del quale si sarebbe proposto, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, come acquirente di un ramo d’azienda ed al quale avrebbe sottolineato i reciproci vantaggi economici dell’operazione.

Sia per l’opzione “Spin off e quotazione” che per l’altra strategia proposta, “Internal Breakdown”, tesa a sviluppare una divisione interna per la rete con board partecipato a maggioranza da director esterni, il documento rende espliciti gli eventuali vantaggi, in termini di “minori pressioni” da parte dell’Autorità Garante per le Comunicazioni sulla Telecom Italia. Un consiglio quantomeno inopportuno se fornito da un membro dello staff del Presidente del Consiglio.

In data 13 settembre 2006, all’indomani dell’annuncio del management di Telecom dell’intenzione di dar via ad una ristrutturazione diversa da quella immaginata dallo studio del dott. Rovati, il presidente del Consiglio ha dichiarato: “Sono sorpreso e sconcertato, ho avuto dieci giorni fa un colloquio con Tronchetti Provera molto cordiale e approfondito e non mi ha assolutamente accennato a una ristrutturazione societaria così importante”;

Poche ore dopo, in seguito alle notizie circa un presunto coinvolgimento del Governo nella pianificazione delle operazioni condotte dal gruppo Telecom, una nota ufficiale della Presidenza del Consiglio, precisando i contenuti dei due recenti incontri avutisi il 19 luglio ed il 2 settembre tra il premier ed il presidente di Telecom, ha sottolineato come, durante il primo incontro, “il Presidente Prodi si è limitato a comunicare al dott. Tronchetti che per il Governo sarebbe stato auspicabile che a seguito dell’operazione il controllo di Telecom Italia fosse rimasto in mano italiana” e che “ha chiesto informazioni riguardo al livello di indebitamento del gruppo Telecom Italia”, ricevendo dal dott. Tronchetti la rassicurazione secondo cui “l’esposizione debitoria del Gruppo era in larga parte a lungo termine e a tasso fisso”;

Diciamo che le notizie riguardanti l’invio del progetto di scorporo da parte del dott. Rovati, ove mai fossero confermate, sconfesserebbero di fatto le dichiarazioni del Presidente Prodi, perché rappresenterebbe una prova evidente di un ruolo attivo che il Governo avrebbe cercato di svolgere nel piano di riorganizzazione di Telecom Italia;

Non solo, l’auspiscio del premier che la società Telecom Italia resti in mani italiane, così come riportato dalla nota ufficiale della Presidenza del Consiglio del 13 settembre, rappresenta – a mio giudizio - un comportamento scorretto e contrario allo spirito della normativa comunitaria in materia di concorrenza e mercato unico.

Ieri, 14 settembre, il dott. Rovati è intervenuto nella polemica sollevata dalle notizie di stampa, riconoscendo la paternità del documento ma smentendo le voci secondo cui il Presidente Prodi ne fosse a conoscenza. Se questo è vero, e cioè se il dott. Rovati ha agito a titolo strettamente personale, dovremmo quantomeno constatare un evidente caso di conflitto di interessi e di abuso d’ufficio. Andando oltre, si potrebbe prospettare l’accusa di insider trading.




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